I corvidi

 
I CORVIDI
 
Corvidi
 

Le loro voci roche e sgraziate, il colore tetro e le abitudini necrofaghe di alcune specie hanno impresso nell’immaginario collettivo delle persone l’idea del “corvo” come un animale da temere e disprezzare, simbolo di morte e portatore di sventure.
Nella realtà questi uccelli, assieme agli altri appartenenti al gruppo dei corvidi, non fanno nulla di diverso da qualsiasi altra creatura del pianeta: cercano di perpetuare la specie come meglio sanno fare! Essendo animali particolarmente “intelligenti” ed adattabili alle diverse situazioni ambientali, si fanno talvolta mal volere sfruttando quelle risorse che gli “umani” reputano di esclusiva proprietà. Onnivori e opportunisti appunto, quasi tutte le specie della famiglia utilizzano, quando possono, le risorse alimentari dell’agricoltura e, dotati di una certa capacità predatoria, non esitano a cibarsi di uova e nidiacei danneggiando il patrimonio faunistico. I danni arrecati, si badi bene, possono diventare ingenti e realmente “intollerabili” solo quando le popolazioni sono costituite da un gran numero di animali. Tale situazione può riguardare soprattutto il corvo (ma solo nel Nord e Centro-Europa essendo in Italia solo svernante in poche località della pianura padana) e, in misura minore, la cornacchia. I benefici derivanti dall’intensa attività di predazione su innumerevoli specie di invertebrati, bruchi e larve di insetti “dannosi” alle coltivazioni e alla selvicoltura ricompensano ampiamente, d’altra parte, i potenziali danni arrecabili.
I corvidi sono senza dubbio uccelli molto interessanti. Dotati di spiccate abilità imitative sia dei suoni (tanto da poter imitare molto bene le parole umane) sia dei comportamenti di altri uccelli (copiano ad esempio le tecniche di pesca dei gabbiani e degli aironi), mostrano una elevata capacità di apprendimento ed una notevole plasticità comportamentale.
Molto sviluppato ed utilissimo per la trasmissione delle acquisizioni culturali è il sistema di comunicazione interindividuale: all’interno della complessa struttura sociale in cui sono organizzate le popolazioni dei corvidi, gli individui “scambiano informazioni” tra loro attraverso un vasto repertorio di emissioni vocali ed atteggiamenti posturali caratteristici.
I corvidi sono noti anche per la loro monogamia, anche se la “fedeltà coniugale” non sembra essere assoluta; le coppie delle diverse specie passano la vita insieme prodigandosi nelle cure parentali (sono genitori attenti e premurosi) e difendendo il proprio territorio. Ad esclusione delle popolazioni del Nord-Europa infatti, tutte le specie sono sedentarie ed occupano lo stesso territorio durante l’intero anno (non sono comunque rari i casi di erratismo occasionale con movimenti anche di una certa entità).
Un’altra particolarità (non comune nel mondo animale) molto interessante e meno conosciuta di questi uccelli è quella di utilizzare strumenti per risolvere problemi in situazioni diverse. Sono stati osservati in più occasioni corvi, cornacchie e ghiandaie gettare piccole pietre e rametti contro i loro aggressori per allontanarli, oppure usare bastoncini per raggiungere il cibo e fessure nei tronchi o grosse radici a mo’ di morsa ed incudine per frantumare più agevolmente i grossi semi.
La ghiandaia e la nocciolaia inoltre, grazie all’innata abitudine di nascondere pinoli, nocciole e ghiande sottoterra per poter contare su una dispensa alimentare nei periodi di scarsità di cibo (hanno una straordinaria memoria visiva e ritrovano i semi anche sotto la neve), rappresentano un particolare caso di coevoluzione fra animali e piante: i semi in eccesso o dimenticati concorrono infatti alla dispersione e alla diffusione delle piante nel bosco con evidente vantaggio anche per gli uccelli che da esse traggono sostentamento.
Le specie italiane appartenenti alla famiglia dei Corvidi sono nove:
Il corvo (Corvus frugilegus), completamente nero e spiccatamente coloniale, presente solo come svernante in pianura padana;
la cornacchia (Corvus corone), la cui sottospecie grigia è diffusa ovunque mentre quella nera è limitata alle Alpi;
il corvo imperiale (Corvus corax), nero e di grosse dimensioni, legato in prevalenza alle zone montane ed alle coste con ripide pareti rocciose;
la taccola (Corvus monedula), nera con la nuca grigia, gregaria, legata alle pareti rocciose e agli edifici storici ricchi di buchi e fessure ove nidifica;
il gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus), nero con becco e zampe giallo-arancio, gregario, tipico abitatore delle alte cime alpine;
il gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax), nero con lungo becco ricurvo rosso lucente, localizzato in diverse parti dell’Appennino centro-meridionale e nelle Alpi occidentali;
la gazza (Pica pica), dalla tipica colorazione bianca e nera e la lunga coda, frequente soprattutto nelle aree rurali;
la nocciolaia (Nucifraga caryocatactes), dal piumaggio bruno macchiettato di bianco, diffusa nelle foreste di conifere alpine, specializzata nel cibarsi dei semi del pino cembro e, in minor misura, delle nocciole;
la ghiandaia (Garrulus glandarius), dal piumaggio variopinto di bruno-rosato, bianco, nero ed azzurro, legata ai boschi decidui con dominanza di querce dei cui semi prevalentemente si nutre.

Nel territorio sammarinese le specie presenti sono quattro: cornacchia grigia, taccola, gazza e ghiandaia. Gli esemplari di ciascuna specie, anche se distribuiti un po’ ovunque sul territorio (la taccola al contrario ha subito negli ultimi decenni un forte decremento, tanto da essere diventata oggi piuttosto rara come nidificante), non sono abbondanti e l’entità dei danni che potrebbero arrecare alle coltivazioni o alle altre specie ornitiche è pertanto trascurabile e, in ogni caso, dovrà essere comunque accertata e accuratamente valutata prima di ricorrere a qualsiasi strategia di contenimento.
Gli interventi di gestione faunistica mirati al controllo numerico delle popolazioni di certe specie (cercandone di contenere le esplosioni demografiche o di salvaguardarne la sopravvivenza nel caso di forte diminuzione o rischio di estinzione) devono sempre essere preceduti da studi approfonditi di ecologia applicata; la rottura infatti dei delicati equilibri faunistici spesso imputabile alle modificazioni ambientali causate dall’uomo è in realtà quasi sempre determinata da diverse concause difficilmente distinguibili.

(Dr. Sandro Casali)
 


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