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IL GRANCHIO
DI FIUME
Testo: G.Busignani –
S. Casali
L’utilizzo
nei tempi passati dei corsi d’acqua quali naturali mezzi di trasporto
delle sostanze inquinanti derivanti soprattutto dagli scarichi fognari
e le modificazioni apportate all’alveo come arginamenti e manomissioni
della fascia di vegetazione ripariale hanno nel corso degli anni compromesso
l’equilibrio di questi preziosi ecosistemi.
Inevitabilmente ed immediatamente ne ha risentito anche la componente
animale costituita in questi ambienti da una grande varietà di
specie un tempo largamente diffuse ma che oggi, in molti casi, sopravvivono
in numero drasticamente ridotto e con una distribuzione alquanto discontinua.
Fra queste, un animale un tempo molto conosciuto (soprattutto ai palati
dei nostri nonni!) ma la cui esistenza è oggi ignorata dai più,
è il granchio di fiume (Potamon fluviatile).
Questo crostaceo di grandi dimensioni appartenente alla famiglia dei
Potamidi, con i suoi 20 cm a zampe estese, le enormi e poderose chele
e l’ampio carapace da cui sporgono gli organi della vista peduncolati,
sembra davvero un’animale “d’altri tempi” agli
occhi dei più o meno giovani sammarinesi.
Tipico abitante delle acque interne dell’Italia centro meridionale,
trova nella repubblica di San Marino una delle stazioni più nord
orientali della penisola, essendo il corso del fiume Po all’incirca
il limite settentrionale di diffusione attuale della specie.
Il granchio di fiume colonizza sia acque stagnanti che fossati, ruscelli
e fiumi dalla bassa collina alle zone montane non troppo elevate. Predilige
i corsi d’acqua con presenza di vegetazione ripariale che ne garantisce
la sopravvivenza anche in caso di siccità mantenendo alto il
valore dell’umidità dell’aria e del substrato, tuttavia
è in grado di vivere anche in zone con scarsa copertura vegetale
a patto che sia presente una discreta portata d’acqua durante
tutto l’anno.
Trascorre
buona parte della giornata in tane ottenute scavando nella terra umida
sotto sassi e radici in prossimità delle rive, dalle quali esce
la sera per andare in cerca di cibo dentro e fuori dall’acqua
(è sufficiente che le branchie siano bagnate affinchè
avvengano gli scambi gassosi).
La sua dieta è costituita da ogni sorta di animale vivo o morto
e persino da sostanze vegetali; di notte è possibile sorprenderlo
lungo le rive a caccia di lombrichi o chiocciole che cattura con le
sue robuste chele.
Esiste anche una struttura gerarchica che regola le attività
sociali all’interno delle popolazioni.
In estate le femmine, riconoscibili dall’addome ovoidale flesso
sul ventre (nei maschi è ridotto e triangolare), emettono circa
200 uova che trattengono con i pleopodi addominali muniti di setole
fino alla schiusa che avviene alcuni mesi più tardi.
I piccoli, completamente formati e simili all’adulto, rimangono
ancora per qualche tempo nascosti sotto il ventre materno e raggiungono
lo stadio adulto in due o tre anni. E’ questa la fase più
critica della vita del granchio: i piccoli infatti per poter sopravvivere
in acqua, non potendo ancora assorbire l’ossigeno atmosferico,
richiedono un più alto tenore di ossigeno disciolto rispetto
agli adulti e, date le piccole dimensioni, sono inoltre facile preda
di innumerevoli animali.
Durante tutto il periodo dell’accrescimento dei giovani, ma anche
in seguito, i granchi compiono più volte la muta, processo con
il quale ad intervalli regolari viene rinnovata la robusta cuticola
che costituisce l’esoscheletro.
Se da un lato questo animale ha dimostrato di essere ancora relativamente
comune in molte zone d’Italia, nella nostra Repubblica ha invece
subito un allarmante regresso demografico.
Fino a pochi decenni orsono, stando anche alle testimonianze di anziani
sammarinesi, era infatti molto frequente nelle acque di numerosi fossi
e ruscelli dove ora è pressochè scomparso. Come avviene
a livello regionale, dove esistono regolamenti che ne vietano il prelievo,
anche nel nostro paese pertanto si potrebbe fare di più per scongiurarne
l’estinzione.
Per la tutela di questa specie e, in generale, dell’equilibrio
di tutto il sistema, risulta comunque evidente l’importanza della
salvaguardia delle aree naturalistiche, almeno quelle di maggior rilevanza,
e dove inevitabilmente le attività umane devono coesistere insieme
alle altre parti dell’ambiente, la necessità di interagire
nella maniera meno “disequilibratrice”, così come
cerca di proporsi l’utilizzo delle tecniche di ingegneria naturalistica.
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